“È difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già" è un verso dell’intramontabile canzone Vedi Cara di Francesco Guccini. Mi è venuta in mente in questi giorni tragici, dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele in Iran. I devastanti effetti collaterali nel Medio Oriente, le vittime civili, l’escalation della guerra si sentono anche in Italia. Perché è facile dire che bisogna rispettare il diritto internazionale (sacrosanto) ma il disordinato ordine mondiale deve tenere in considerazione la volontà di un popolo che, isolato e lasciato solo dalla comunità internazionale, si è trovato costretto a chiedere un aiuto che è arrivato da chi sta svuotando la democrazia, Donald Trump, e da Benjamin Netanyahu che continua a commettere crimini contro i palestinesi.
Come tutte le persone che vivono in uno stato di diritto, per quanto logorato, sono a favore della pace e della diplomazia ma a tutti quelli che giudicano senza capire il trambusto e il furore nell’anima degli iraniani, voglio provare a spiegare cosa significa per loro questo tragico contesto. Innanzitutto bisogna comprendere che il popolo iraniano, che ha combattuto a mani nude contro il regime da decenni, non ha chiesto un intervento straniero a cuor leggero o perché non capisca che l’attacco non è stato fatto per difendere i loro diritti e l’aspirazione alla democrazia. Lo ha fatto per disperazione semplicemente perché, come mi hanno detto tante persone che vogliono un Paese libero, laico e democratico, non hanno altre opzioni. Soprattutto ora, dopo aver subito una feroce repressione che ha ucciso migliaia di manifestanti. Fonti di organizzazioni indipendenti calcolano che siano state ammazzate oltre 30mila persone mentre 150mila si trovano nelle carceri oppure scomparse e sono soprattutto donne. Senza che la comunità internazionale abbia fatto nulla, tranne inserire i pasdaran nella lista dei terroristi.
Leggo sui social le dichiarazioni di tanti europei che, dietro le loro scrivanie, scrivono che non si può esprimere solidarietà verso i manifestanti disposti, spesso loro malgrado, a riunirsi intorno alla figura del figlio dello scià, Reza Pahlavi, che ha detto e ribadito di essere pronto a garantire una transizione democratica. E comprendo bene anche quanto sia difficile per noi capire che lui sia per gli iraniani preferibile all’inferno in terra creato dalla dittatura islamista.
Ma chi siamo noi per giudicare? Vogliamo davvero che chi lotta per la libertà sia costretto a vivere sotto una feroce dittatura perché Trump che perseguita i suoi cittadini e ha un’agenda oligarchica non è degno di dare una mano al popolo iraniano? C’è l’escalation del confitto nel Medio Oriente, ovvio. E un ordine mondiale destabilizzato dall’avventurismo trumpiano, ovvio. Un board of peace a Gaza che con la pace nulla c’entra. Ma perché stiamo dalla parte degli ucraini che armiamo e non vogliamo stare dalla parte degli uomini e delle donne iraniane? Pensare che in Medio Oriente i popoli non abbiano diritto a un governo laico e democratico a meno di cavarsela da soli e in modo pacifico e continuare a farsi ammazzare non è una forma di colonialismo?
Anche fra la diaspora e in Iran c’è chi è perplesso per l’intervento militare e chi invece ha posizioni più radicali, persino monarchiche, mentre tanti, probabilmente come reazione a 47 anni di dittatura, ora evocano il ritorno all’impero persiano.
Ma una cosa deve essere chiara. Gli iraniani che in queste ore vengono ancora uccisi nelle strade, giustiziati dalle forze militari e paramilitari della Repubblica Islamica, sono consapevoli che questo attacco rappresenta per loro la prima e forse l’unica opportunità di essere liberi. Hanno messo in conto di morire, di essere maciullati fra il doppio fuoco delle bombe e della repressione impazzita del regime, ma non hanno un’alternativa
Gli iraniani sanno che Trump è un dittatore per di più psicopatico, non credono all’esportazione della democrazia fallita definitivamente e clamorosamente in Afghanistan, ma vogliono la libertà e non un accordo fra Trump e ciò che resterà del regime. E se non ci sarà il crollo della Repubblica Islamica, continueranno a lottare. Perciò proviamo a mettere da parte le nostre idee, la convinzione folle che l’Iran e “l’asse della resistenza” siano un antidoto all’imperialismo americano. Pensiamo invece alla tragedia del popolo iraniano. Mettiamoci nei loro panni. Proviamo a immedesimarci, a immaginare cosa significa vivere sotto una dittatura e allora forse saremo in grado di capire le loro ragioni che non sono le nostre, ma le loro. Meditiamo sul gesto di Leila Farahbakhsh, attivista iraniana esule a Firenze da quindici anni, che ha interrotto la manifestazione pacifista per contestare quello che definisce “il silenzio sulla repressione degli ayatollah”e la protesta contro l’intervento militare degli Stati Uniti. Ecco perché affermo con convinzione, rubando una straordinaria citazione a Guccini, che è difficile capire se non hai capito mai che il sostegno ai popoli oppressi non può essere selettivo e ipocrita.
Leggiamo, facciamo cose e vediamo gente
📚 I libri di NRW: Il negoziatore
Trent’anni in prima linea. Il pensiero e la parola come uniche armi. L’avvocato israeliano Michael Tsur ne ha viste di ogni tipo. Dopo il 7 ottobre, per alcuni mesi è stato uno dei mediatori del think tank dell’Israel Defence Forces Hostage Negotiation team, impegnato nel cercare di risolvere la crisi degli ostaggi in mano ad Hamas. Prima di abbandonare polemicamente l’incarico, per i profondi dissidi con l’IDF e le autorità israeliane nella gestione degli ostaggi. In questo Il negoziatore, pubblicato da Paesi Edizioni, Michael Tsur racconta al giornalista italiano Frediano Finucci, che ha raccolto le sue parole in 25 interviste, la sua carriera e i segreti professionali della sua attività iniziata sul campo nel 2000 con un dirottamento aereo finito con la liberazione di 58 passeggeri. Michael Tsur, 62 anni, israeliano, avvocato e negoziatore professionista, docente universitario e consulente negoziale per importanti organizzazioni e imprese di tutto il mondo, ha fondato Shakla & Tariya, istituto dedicato alla formazione di negoziatori professionisti. Frediano Finucci, giornalista, capo della redazione economia ed esteri del Tg de La7, rete dove conduce la trasmissione Omnibus e per la quale è stato inviato, corrispondente da Bruxelles, capo della redazione di Otto e mezzo. Il libro che tocca pure la gestione degli ostaggi e della guerra a Gaza, si concentra sulle più note vicende di cronaca mediorentale che hanno coinvolto il negoziatore Tsur, dall’assedio alla Basilica della Natività di Betlemme alle trattative con varie organizzazioni terroristiche per la liberazione di rapiti. Il libro racconta anche il privato di Michael Tsur, ragazzino dislessico di Gerusalemme che da meccanico di auto diventa prima imprenditore, poi costruttore edile infine avvocato e, dopo un master ad Harvard, primo mediatore nella Corte Suprema Israeliana. Dalle sue parole, un contributo a comprendere quello che sta succedendo in Medio Oriente: «Non si negozia mai contro qualcuno ma con qualcuno. Anche se questo qualcuno dovesse essere il Diavolo in persona». La recensione e un estratto de Il negoziatore nella rubrica letteraria di Fabio Poletti su NRW.
L’antidoto arriva a Bologna
Parliamo ancora di società civile israeliana e palestinese. Il 6 marzo, giornata dei Giusti, il focus book approda in Piazza Maggiore. Vi aspettiamo.
L’altra Sanremo
Al festival della canzone italiana, quest’anno piuttosto modesto, ho incontrato alcuni protagonisti interessanti nell’altra Sanremo che canta e suona l’inclusione sociale. Come Mirko Gregorio, nome d’arte Magnum, conduttore radiofonico e regista della trasmissione Scusate il disordine della radio DeejayFox. Autore del libro Bullismo e periferia – Dialogo tra un sopravvissuto e il bambino che è stato ha dialogato con gli studenti del liceo musicale Cassini.
Sul palco di Casa Sanremo è salita su palco una band formata da minori stranieri per presentare il loro primo album Figli del vento. Qui potete leggere l’incontro con la band I Faraoni Fuoriclasse.
E poi ho incontrato i bro di Kayros Music. Una generazione di fenomeni. Ve ne parlerò.
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